Boxe, per un pugno di sogni

Forza e Coraggio Boxe Milano - Voci di MilanoA Milano più aspiranti pugili, soprattutto tra le donne. Ma diminuiscono i campioni per mancanza di fondi e supremazia del calcio

È un odore acre, un odore che racconta la fatica e il sacrificio, l’allenamento e la tenacia quello che si respira nelle palestre di boxe. Spesso sotterranee, nascoste, invisibili ai passanti, ma celebri per gli appassionati. A Milano aumentano di numero ogni anno e allo stesso tempo crescono gli iscritti: dal professionista all’amatore, dal pugile in formazione al semplice impiegato che vuole sfogarsi prendendo a pugni un sacco o un avversario, in modo da dimenticare le frustrazioni dell’ufficio. Mentre crescono gli aspiranti pugili, calano i tifosi: fino a 20 anni fa il Palalido di Milano registrava il tutto esaurito per gli incontri di vertice e i grandi campioni attiravano appassionati da tutta Italia.

La boxe di oggi è uno sport diverso, meno celebrato, ma più praticato: è il ritorno della nobile arte del pugilato, che con i suoi valori e la sua disciplina attira non solo uomini, ma anche giovani e soprattutto tante donne. Sono loro i nuovi iscritti che affollano le storiche palestre milanesi come la Doria, casa madre del campione italiano ed europeo di pugilato dilettanti Giacobbe Fragomeni, la Forza e Coraggio, negli ultimi anni molto votata alle nuove discipline come la kick boxing e il muay thay, e le palestre nate da poco come la Opi Gym. Negli ultimi anni Milano ha tesserato più di 700 pugili concentrati fra capoluogo e provincia, con ben 25 società milanesi su 74 lombarde. «Non è una moda – racconta Angelo Valente, campione  del mondo di kick boxing e personal trainer alla palestra Doria –: sono più di vent’anni che il pugilato è in crescita. Ciò che piace è la preparazione pugilistica, che permette di tenersi in forma». Ma non è solo questo. Nel pugilato si rafforzano i rapporti personali, l’idea di famiglia e i valori, come il rispetto per l’avversario e la disciplina: «Il punto di riferimento della vita dei pugili è la palestra: sono atleti completi, passano almeno tre ore in palestra ogni giorno. Non fanno la boxe, la vivono» racconta Vincenzo Ciotoli, maestro di boxe della Forza e Coraggio.

La storia del pugilato è costellata di grandi personaggi ed epiche vittorie, impresse nella memoria di chi di pugilato viveva. È proprio la storia della palestra ad assumere una rilevanza particolare nell’attrarre nuovi iscritti, come conferma Ciotoli: «La storia della palestra, il suo allure, è fondamentale, ma ciò che conta davvero sono i grandi pugili che la palestra forma: puoi avere 250 anni di storia ma se dalla tua palestra non escono veri pugili nessuno si iscrive». È il personaggio, il nome quindi, ad attirare le attenzioni dei giovani e degli appassionati: negli ultimi anni, però, di campioni non si parla più. In Italia l’ultimo in ordine di tempo in grado di smuovere gli animi è stato Clemente Russo, ma da Tyson in poi qualcosa è cambiato: «Per vedere Tyson eri disposto ad alzarti alle 5 del mattino – ricorda Silvia La Notte, campionessa mondiale K-1 Style e personal trainer – ora è come se tutti avessero perso interesse».

Alcune palestre di nuova generazione, come la Opi Gym, fondata da Alessandro Cherchi, figlio di Salvatore, celebre manager di pugili famosi a livello internazionale, cercano di far rivivere quella storia, di raccontare le grandi emozioni della boxe di una volta: «Esiste una cultura dietro la boxe – racconta Cherchi – e intendiamo insegnarla a chi si avvicina a questo mondo. Sono in molti a non conoscere neanche un pugile italiano e noi cerchiamo di istruirli anche su questo».

Nonostante il boom di iscrizioni, dagli anni Settanta ad oggi la boxe ha conosciuto un tracollo inarrestabile, dovuto principalmente alla mancata promozione degli incontri da parte dei media: se fino a trent’anni fa i match di livello venivano trasmessi sulle tv nazionali con grande seguito, oggi non si va oltre il mondiale e l’europeo. Ne è conseguito un abbassamento degli investimenti e quindi delle risorse, che negli ultimi anni sono arrivate ai minimi storici: «Non ci sono più soldi, – dice Ciotoli della Forza e Coraggio – il bacino d’utenza della boxe potenzialmente sarebbe di 80 milioni, ma le televisioni, che sono il traino per gli sport, non si interessano e si fatica a trovare sponsor e finanziamenti». Gli fa eco Cherchi: «Prima il Palalido a Milano ospitava il pugilato tutti i venerdì, le tv gestivano miliardi delle vecchie lire, ora investono un trentesimo rispetto agli anni Ottanta. Per i più giovani esiste solo il calcio, tutto il resto è stato declassato a sport di serie B.»

È il predominio del calcio, negli interessi dei media e degli investitori, ad aver condannato la boxe milanese e italiana a un crollo verticale. La mancanza di fondi costringe i professionisti a trovarsi un lavoro alternativo perché di pugilato non si può più vivere. C’è chi lavora in cantiere, chi ha aperto un bar e chi, nonostante sia ancora in attività, tiene lezioni di boxe a giovani amatori. Tra questi c’è anche Antonio “Big” Moscatiello, nipote del campione del mondo Giacobbe Fragomeni, professionista dal 2008, con un record di 13 vittorie consecutive, 9 prima del limite e ora insegnante alla Opi Gym. La storia di Moscatiello è come quella di molti altri pugili, ma con un sapore particolare: «Fino a qualche anno fa lavoravo 8/9 ore al giorno e poi venivo in palestra, ma non avevo la stessa voglia. Così ho lasciato il lavoro, ho rinunciato allo stipendio fisso, alla macchina, a tutto. Volevo fare il professionista. Con la crisi non riuscivo più ad andare avanti: fortunatamente hanno aperto questa palestra, dove ho iniziato a insegnare». “Big” racconta di essere cresciuto in comunità e di aver iniziato con il pugilato intorno ai 16 anni, sia per emulare le gesta dello zio famoso, sia per evadere, per passare meno tempo rinchiuso in un posto non adatto ai ragazzini: «Il pugilato – racconta – toglie tanti ragazzi dalla strada. Non so dove sarei oggi se non avessi iniziato». Moscatiello parla dei valori della boxe, valori che cerca di trasmettere anche ai suoi allievi, il rispetto, il sacrificio, la concentrazione: «Per arrivare da qualche parte devi avere testa e fame, ovvero voglia di arrivare, voglia di vincere.» Se c’è un pregiudizio che lo innervosisce è quello della violenza gratuita nella boxe: «Si parla di violenza quando ti scagli contro qualcuno più debole: noi combattiamo con un avversario del nostro livello, che si allena con noi, su un ring. Paradossalmente il calcio è più violento: lì sono vietati testate e pugni, ma se li danno lo stesso. La boxe non è violenza, è sport».

I pugili parlano di valori, di rispetto, dell’importanza del gruppo, che diventa una famiglia: sul ring tutti provano le stesse sensazioni, le stesse paure, le stesse emozioni. Con un limite però, afferma “Big”: «Sul ring alla fine sei da solo, sei tu e basta».

Articolo tratto da: http://www.vocidimilano.it